Eurogenerazioni a confronto sabato, 17 maggio 2008  

Il ministro Maroni ha messo a punto un piano sulla sicurezza per contrastare l'immigrazione clandestina e la criminalità, gestire i rapporti con i paesi comunitari, Romania in testa, e fissare nuove misure penali. “Personalmente sono favorevole all'introduzione del reato di immigrazione clandestina (…) ma il decreto verrà discusso dal Consiglio dei ministri e lì decideremo collegialmente” ha affermato il ministro dell'Interno. Di lì a poco, seguendo a ruota Milano, anche nella Capitale e a Napoli sono state annunciate le nomine di un commissario straordinario.

La sicurezza e la legalità sono sacrosante ed è assolutamente necessario riuscire a governare l’immigrazione. Si tratta di un impegno che riguarda i migranti, naturalmente, ma anche i cittadini italiani, i quali troppo spesso chiudono un occhio di fronte ai lavori in nero (si pensi agli interventi edilizi, o alle badanti). E’ bene ricordare che l’illegalità nuoce soprattutto agli immigrati. Ma, lungi da essere esclusivamente una questione di sicurezza, questo problema s’impone in primo luogo come una questione culturale e civile. Pur volendo stare alla larga dai rigurgiti razzisti come dal facile buonismo, è chiaro che dialogare con altre culture, fra cui quella rom, non è facile. Eppure s'impone, proprio a noi, “che stiamo al sicuro nelle nostre tiepide case”. Qualche giorno fa, a Napoli, in seguito al tentato rapimento di una bambina, sono state appiccati incendi ad alcuni campi rom. Ciò a suscitato disagio, certo, ma non ancora una sufficiente indignazione.

Quella del multiculturalismo è una sfida impegnativa, probabilmente la vera sfida di questo secolo: si tratta di un problema europeo che coinvolge le nuove migrazioni, ma anche i cosiddetti immigrati “di seconda generazione”. Dove trovare il punto d’incontro?

Tre anni fa le immagini delle banlieues francesi in fiamme hanno fatto il giro del mondo. Nel 2006 la scuola professionale di Rütli, a Berlino, dove i professori denunciarono l’eccesso di violenza fra gli alunni (dei quali più dell’80% è di origine straniera) è diventato un simbolo del fallimento dell’integrazione.

Cosa pensano i giovani, veri protagonisti di questa sfida? Secondo Ali, che vive e studia in Germania, solo la tolleranza può risolvere questi problemi: “Il razzismo esiste, ma io credo nel multiculturalismo. Le persone dovrebbero vedere le opportunità offerte dalla diversità culturale. La tolleranza è la chiave di tutto. Se subisco episodi di razzismo è perché, in Germania, non sono percepito come un tedesco, nonostante sia scritto nella mia carta d’identità”. Mahdi, vent’anni, è nato in Francia da genitori maghrebini. “Per sentirsi europei bisogna innanzi tutto potersi sentire francesi (…). Quando un ragazzo francese non guarderà più un suo connazionale con la pelle scura solo come un marocchino, allora forse smetterà di chiedersi cos’è l’Europa”.

Su Peacereporter troviamo l’articolo di una ragazza rumena secondo la quale “La domanda principale, ormai, non è più chi sei, ma di dove sei; non è più importante l’individuo, ma la provenienza: tutti i rom sono rumeni, tutti i rumeni sono rom ed entrambi delinquenti e criminali”. Ricordando i trattamenti discriminanti che gli italiani hanno avuto nel mondo, Andreea Mihai si dimostra molto dura col provvedimento Maroni: “L’Italia vuole pulire il paese dagli stranieri 'sgradevoli', scartando, come in un gioco di carte, tutti quelli che non desidera. Ma alla fine della partita, quando tutte le mani si saranno giocate, gli stranieri che l’Italia gradirebbe, desidereranno ancora vivere nell’Italia degli italiani?”.

Temo che in Italia non vi sia ancora - o comunque non abbastanza - una realistica percezione della portata europea della questione dell’integrazione. Eppure i figli degli immigrati studiano, lavorano e socializzano fianco a fianco dei ragazzi italiani. Emerge sempre di più il fattore cruciale dell’istruzione; ancora una volta le parole chiave sono collaborazione, compartecipazione, fra i paesi del vecchio continente, le comunità. Se la sicurezza andrà di pari passo con l’integrazione, se la paura sarà sconfitta dalla ragione, se il dialogo sarà comunitario, avremo davanti a noi un orizzonte finalmente diverso.

Per mancanza di spazio sufficiente per una citazione, vi rimando al bellissimo articolo di Gad Lerner apparso su La Repubblica il 16 maggio.


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Il Male mercoledì, 14 maggio 2008  
Nel dicembre del 1979 il mai troppo compianto Andrea Pazienza decise di dedicare la copertina de il Male a Sandro Pertini. Si era nei giorni che avrebbero visto l’epilogo del rapimento De Andrè. Paz disegnò una stupenda caricatura del Presidente intento a dire: “Sono addolorato per De André, quel bravo canzonettista. Di lui mi piacevano in particolare “Carlo torna dalla battaglia di Poitiers”, la famosa “Marinella” e “Stasera mi butto”. “Mi butto con te”…Che fece la più alta carica dello Stato? Tuonò minacciando anatemi e condanne, come fossero lapilli? No, invitò a pranzo, al Quirinale, la redazione de Il Male…Andarono Forattini, Vincino e Vincenzo Sparagna che ricorda: “Ci lasciammo con un vero slancio d’affetto… “Se vi sbattono in galera”, disse Pertini, “fatemelo sapere che vi tiro fuori. La stampa deve essere libera”…
 
In quest’Italia fiaccata e invelenita, questo meraviglioso aneddoto andrebbe mandato a memoria: ho riletto, quasi con le lacrime agli occhi, il volume antologico dedicato a il Male e pure quello dedicato esclusivamente alle strip di Paz sul mitico “Pert”… ho riletto, dicevo, dopo la caccia all’untore che è partita nei confronti di Marco Travaglio. A me, dico la verità, manco interessa sapere se Travaglio ha ragione da vendere o torto marcio... a me ferisce il fatto che il coro di prefiche ululanti contro l’Apostata sia stato unanime, “bipartisan” come si dice in codesta modernità imperfetta. Questo mi ha ferito, visto che anche nella tanto vituperata America i giornali, e gli opinionisti TV, ad esempio, prendon a mazzolate dialettiche Bush, ma lui non si sogna certo di intervenire. No, da noi no: ora pure la Finocchiaro sente il dovere di prender le difese del Governo, come se ne avesse bisogno, poverino! Ogni colpo del genere è un mattone in più nell’erigenda Turris Eburnea nella quale, prima o poi, dovrò ritirarmi in aristocratico eremitaggio…

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Nel mezzo sabato, 10 maggio 2008  
Salire o scendere
...siamo noi? è l'Italia? o e il mondo intero ad ambire alla staticità
per fare meno danni e rischiare il meno possibile? ah, saperlo...

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Internet e Democrazia giovedì, 08 maggio 2008  
«Stiamo cercando di limitare l'accesso a siti immorali e di impedire che ci si possa prendere gioco delle autorità politiche e religiose del paese», hanno dichiarato alla stampa araba alcuni ministri iraniani. Molte delle pagine web censurate contenevano notiziari politici, come il noto sito "Emrooz". Secondo fonti della Bbc, le autorità di Teheran avrebbero previsto pene severissime nei confronti dei service provider internet che si rifiutassero di sospendere le attività dei 15.000 siti segnalati.
 
Iran e, ovviamente, Cina. Ma anche Cuba, Egitto, Corea del Nord, Vietnam e Zimbabwe. Nel mondo, in 15 nazioni, ci sono 64 cyberdissidenti dietro le sbarre. Nel 2007 almeno 2.600 siti e blog sono stati chiusi o resi inaccessibili. Reporters Sans Frontières, l'associazione che si batte in tutto il mondo per la difesa della libertà di stampa, ha pubblicato la Guida pratica del blogger e del cyberdissidente: un manuale che spiega come creare un blog, aggiornarlo e soprattutto fare in modo che non cada sotto la scure della cybercensura. La Cina in particolare, con 48 cyberdissidenti in stato di arresto, oscura sistematicamente i bloggers e si conferma leader nella graduatoria mondiale del controllo. Il Partito comunista cinese ha investito miliardi di dollari nella creazione del Beijing Internet Information Administrative Bureau: un organismo che ufficialmente si occupa di monitorare i contenuti on line, ma di fatto interviene direttamente a dettare l'agenda, o a correggere il tiro delle notizie.

Coloro che qui in Italia, dalle pagine dei propri Blog, parlano della democrazia come di un sistema truffaldino, irresponsabilmente non considerano chi nel passato è morto proprio per garantire la libertà d' espressione, linfa insostituibile in ogni Stato Democratico e forse dimenticano le drammatiche condizioni in cui in questo momento alcuni giovani versano, solo per aver scritto in Rete quel che pensano. Ciò detto, la preoccupazione da me espressa per i risultati delle recenti elezioni va anche nella direzione della Libertà di Informazione, sempre più messa in pericolo dalla grave anomalia rappresentata dal nostro Presidente del Consiglio. Lo scorso 3 maggio una delle organizzazioni americane più autorevoli nel monitorare la libertà d'informazione, Freedom House, ha collocato l'Italia al 79esimo posto in questa speciale classifica. Il rapporto declassa il nostro Paese, insieme alla Guinea e al Gabon, da paese libero a paese parzialmente libero. Quello che maggiormente inquieta gli osservatori internazionali è che è la prima volta dal 1988 che viene messa in discussione la libertà di stampa di una nazione europea. Anche la Turchia è messa male, mentre agli altri paesi comunitari il dossier riconosce il più alto livello di libertà di stampa del mondo.


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Vite di scarto martedì, 06 maggio 2008  
Mi sembra di poter dire che le parole d’ordine oggi dell’economia a livello globale siano concorrenza e competitività sui mercati e che questo abbia avuto come conseguenza la fine della stabilità nei posti di lavoro. Quando sentiamo parlare gli economisti su questi temi, il discorso non fa una grinza, tutto sembra combaciare e funzionare perfettamente; quando, però, scendiamo nel mondo reale, non quello dei numeri e della matematica, ma quello più contraddittorio della vita, ci accorgiamo che qualcosa non va. A cominciare delle parole che sono entrate nel nostro parlare quotidiano: i politici parlano di lavoro flessibile, chi lo vive sulla propria pelle lo chiama lavoro precario. Alcuni dati si trovano qui. Una testimonianza tra le altre prese da la Repubblica: “Il mio lavoro, di solito, va avanti da settembre a giugno. E così all'inizio dell'estate, ogni estate, devo rimettermi a cercare un'altra occupazione(…) Questo significa vivere sempre con una spada di Damocle tutti i giorni. Alla fine diventa un disagio, che non ti permette di fare programmi a lungo termine e ti obbliga a trasformare la tua vita e prevedere percorsi sempre nuovi. Per me non esiste il classico percorso fidanzamento - matrimonio - famiglia: questo richiede sicurezze e benefit. Io non ho nemmeno una pensione! E non è tutto: questo ti preclude anche la possibilità di avere diritti a mutui, finanziamenti... Ormai vivo alla giornata, passo da un contratto all'altro e cerco di non pensare troppo a quello che accadrà in futuro". Non basta neanche avere una laurea per avere qualche sicurezza.

Ma la situazione raccontata non è la peggiore. Un’altra parola è comparsa senza che quasi noi ne prendessimo coscienza: “esubero”. Oggi si usa sempre meno la parola disoccupato. La parola disoccupato indica il distacco da una norma che era comunque per la società un obiettivo (dis-occupato) e le società di una volta parlavano appunto dell’occupazione come traguardo da raggiungere per tutti, la disoccupazione era considerato un passaggio, una disfunzione del sistema. Oggi, invece si dice che ci sono dei lavoratori in esubero, cioè in soprannumero, non necessari per il sistema anzi inutili. E’ come se si dicesse in faccia ad una persona “Non c’è bisogno di te, non sappiamo cosa farcene delle tue capacità produttive”. Se sei in esubero, sei come un bene senza acquirenti o un prodotto imperfetto e difettoso, che “gli addetti al controllo qualità scartano dalla catena di montaggio”. Nel migliore dei casi lo stato provvederà a darti un sussidio, ma attenzione qui entrano in gioco altre parole magiche: lo stato non deve cadere nell’assistenzialismo e soprattutto bisogna stare attenti alle finanze dello Stato e non "far ricadere gli oneri di questa politica sulle spalle dei contribuenti”. In parole povere è come se ti dicessero: "arrangiati, il problema è tuo, lo stato non centra”.

Bauman dice che "siamo tutti nel e sul mercato, al tempo stesso, o in modo intercambiabile, clienti e merci" e il sociologo fa un paragone tra il Grande Fratello orwelliano e quello odierno dei reality show, i cui protagonisti agiscono in modo da escludere e individuare le persone che non servono, che non sono più “risorse” o peggio “eccedenze” e le parole sono “pietre”... Il rifiuto, l'eccedenza è la presenza/assenza dei nostri tempi. Ne produciamo una quantità sterminata, ma preferiamo non pensarci e rimuovere il pensiero. Il rifiuto è dunque connaturato al nostro modo di vivere e di pensare. Viviamo, consumiamo e produciamo rifiuti da oltre un secolo. Siamo stati addestrati per questo scopo e ora, afferma lo studioso polacco, l’idea del rifiuto si è ormai spostata dagli oggetti all’uomo, un particolare tipo di uomo che è divenuto un rifiuto, un vinto dell’era tecnologica.
Questo è un problema che se non entrerà nell’agenda dei politici diventerà drammatico se già non lo è. E non sono solo i giovani a farne le spese, tanti si sono ritrovati senza lavoro anche a cinquant’anni…
 
Se volete leggere un libro veramente illuminante a riguardo vi consiglio: Vite di scarto di Zygmunt Bauman, editore La Terza.

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Radici venerdì, 02 maggio 2008  

Gianni Alemanno conquista il Campidoglio e Francesco Rutelli perde 55.000 voti. Queste la notizia degli ultimi giorni  e il risultato elettorale di un importante ballottaggio. Editorialisti e sondaggisti si affrettano all’analisi del voto. Come quanto già fatto due settimane fa per il voto politico, emerge il dato, di un certo interesse, dell’enorme travaso di preferenze da una parte all’altra o di forte astensione, a segnalare cambi di opinione indiscriminati, e quindi una assenza o labilità di natura ideologica. Uno sguardo attento su Roma può  essere maggiormente chiarificatore in merito. Gianni Alemanno ha un fiero passato di missino e quindi di tradizione da ex-fascista. Parla al suo popolo con i cavalli di battaglia della destra, facendo leva, anche per la corsa a sindaco, su quelli che dovrebbero essere i  vecchi valori di An, come la sicurezza e l’appartenenza alla nazione. Francesco Rutelli, ex radicale ma tra i padri fondatori del PD, si è dimostrato più attento ai valori dei cattolici e  sembra abbia perso voti tra i laici e la sinistra in genere (che per numeri considerevoli ha votato per Alemanno..) Tuttavia Rutelli, sebbene ripresentatosi per la terza volta (e questo ha forse pesato), si proponeva come il soggetto che “Volta pagina”. E allora, guardando al'elemento innovatore, non ci possiamo dimenticare affatto di quale sia il progresso ideologico. O chiedersi se ci sia: come si può leggere nei numerosi discorsi e dichiarazioni nei giorni delle primarie e dei congressi fondativi del PD, la sfida del partito dovrebbe essere quella di unire le anime cattolica di centro e laica di sinistra, in una comunione di ideali e prospettive. A ben vedere non si tratta di una vera innovazione, ma del traguardo di un lungo percorso che rappresenta anche un punto di partenza. Le radici di questo percorso si chiamano Aldo Moro e Enrico Berlinguer.

Fin nel suo ultimo discorso, in Piazza dei Frutti a Padova (dove fu colto da ictus), Berlinguer parlava della necessità di avvicinarsi alberlinguer mondo cattolico,di richiamare quell'elettorato e il suo progetto di compromesso storico fu ben accettato da Aldo Moro, il quale lo tradusse nelle morocosiddette convergenze parallele, che assunsero una prima forma nel ’76 (azione ritenuta una delle cause principali della sua barbara uccisione da parte delle BR nel Maggio del '78). Non si tratta, nel richiamare queste due figure, di voler costruire un pantheon, come paventava Walter Veltroni durante l’ultimo congresso dei DS, bensì di raccogliere, nelle idee, l’eredità di due giganti della politica italiana, due visionari  tanto avanti da essere moderni ancora oggi. Forse troppo.

Nella ormai storica incapacità di comunicazione del centro sinistra si deve registrare anche l’assenza di questi due riferimenti importanti, salvo un chiaro messaggio di Marco Follini  durante il comizio di Napoli e brevi, ma incisive parole di Massimo Dalema nella campagna elettorale pugliese e meridionale. Credo sia doveroso che la base del PD prenda consapevolezza in qualunque maniera della sua radici, dal momento che sopravviverà ai suoi dirigenti attuali, i quali pare non si decidano o se ne dimentichino per qualche oscura ragione elettorale. Che  si rinnovi (o si continui) una critica costruttiva su questo, perché è lì,  a mio parere, che il PD ha perso maggiormente consensi, per ragioni politiche prima ancora che “amministrative” e di territorio, specie a Roma.


Con la speranza, al solito, che si apra un approfondimento simile a destra e un confronto. Ricerca che sembra sempre più ardua visto che, nonostante i tentativi di affrancarsi da uno scomodo passato, le uniche “ideologie” che s'intravedono a destra sono dei bizzarri rituali celtico-padani e riferimenti a pagine nere (in tutti i sensi) del nostro paese, come lo stesso saluto romano a Gianni Alemanno. Tutto ciò rende molto facile e prevedibile il commento e la visione, magari spicciola, che da oggi Roma non ha un sindaco, ma un podestà.


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Svolta a destra martedì, 29 aprile 2008  


...e dopo 15 anni di governi di Centro Sinistra, Roma per la prima volta ha

scelto un Sindaco di Destra: Gianni Alemanno. E ora che succederà?

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La maschia gioventù venerdì, 25 aprile 2008  
In un paese che ha vissuto direttamente il dramma dell’ emigrazione prima di diventare esso stesso meta di migranti, forse ci si aspetterebbe se non proprio un’apertura, una sensibilità più acuta. Eppure in Italia la Lega Nord non solo sopravvive, ma è uscita rafforzata, con un peso numerico imprevisto, dall’ultima tornata elettorale. Quali sono i valori, qual è l’idea di società incarnato da questo partito? L’episodio del deputato leghista Matteo Salvini, giustamente rimarcato da Gad Lerner durante L’infedele del 9 aprile e poi ripreso sul suo blog, è in questo senso esemplare:

Signora:
Noi siamo della casa qui di fronte…
Salvini: Va segnalato all’Amsa. Anche se i topi sono più facili da debellare degli zingari. Perché sono più piccoli…
Signora: Però stavolta vi voto perché siete gli unici che vi date da fare per questi delinquenti che sono in giro…
Salvini: Eh, lo so…
Signora: Datevi da fare, non perdete tempo.
Salvini: Assolutamente.


Evidentemente Salvini non ha mai letto Se questo è un uomo e non conosce la storia. O forse sì? Ebrei e zingari venivano appunto chiamati topi dai nazifascisti.

Un’amica mi ha raccontato che di fronte alla richiesta di una copia delle Repubblica con Metropoli (il giornale multietnico) si è sentita rispondere dall’edicolante (quartiere Foce, Genova): «quella roba lì non la tengo più… ora non serve più…» e, girandosi verso la moglie: «pure i giornali gli facevano ai extra». A Roma Teodoro Buontempo, presidente della Destra, ha dichiarato che «se a Roma ci sono gli ebrei possono starci anche gli zingari» e nel suo blog sostiene che Riccardo Pacifici, capo della comunità ebraica, «si presta a strumentalizzazioni dei comunisti di religione ebraica». A Treviso il pro-sindaco Giancarlo Gentilini, che si era già messo in luce l’anno scorso con la proposta di una “pulizia etnica contro i culattoni” ha applaudito al prossimo ventennio leghista chiosando  «voi capite che il ventennio è una cosa che mi ricorda il passato, la maschia gioventù che lavorava, faceva il suo dovere e obbediva alle leggi». Per non parlare delle precisazioni di Mario Borghezio: «Odo che qualche occhiuto controllore italiano della legalità sparge dubbi, addirittura di costituzionalità, sulla nostre belle ronde padane, vanto dei patrioti padani. Può darsi che qualche persona estranea culturalmente alla mentalità dei padani non riesca a capirlo, ma le ronde, nate e sviluppatesi guarda caso in Padania, sono la più pura espressione del senso civico che caratterizza i nostri popoli, usi a far da sé.» (Ansa, 21 aprile).

Chi non si riconosce in questo partito percepisce ogni giorno di più una sorta di spaccatura. «Io non credo che chi ha sperato nella vittoria del Partito democratico abbia confuso i suoi sogni con la realtà e un paese immaginario con quello esistente - ha scritto recentemente Scalfari - credo che esistano due paesi reali, due contrapposte visioni della politica e del bene comune (…). Due contrapposte visioni di Paese e di ruoli. E' fin troppo ovvio dire che nell'una e nell'altra di queste visioni esistono elementi della visione opposta. E' diverso il dosaggio e questo fa una differenza non da poco che si estende ben oltre la politica, determina diversità di costume, di stili di vita, di impegno del tempo libero, di letture, di sentimenti, di scelte (Eugenio Scalfari, Per chi suonano le campane di Bossi, La Repubblica, 20 aprile 2008).

Questo blog è nato anche per comprendere e difendere questa diversità di cultura e di scelte.

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