Il ministro Maroni ha messo a punto un piano sulla sicurezza per contrastare l'immigrazione clandestina e la criminalità, gestire i rapporti con i paesi comunitari, Romania in testa, e fissare nuove misure penali. “Personalmente sono favorevole all'introduzione del reato di immigrazione clandestina (…) ma il decreto verrà discusso dal Consiglio dei ministri e lì decideremo collegialmente” ha affermato il ministro dell'Interno. Di lì a poco, seguendo a ruota Milano, anche nella Capitale e a Napoli sono state annunciate le nomine di un commissario straordinario.
La sicurezza e la legalità sono sacrosante ed è assolutamente necessario riuscire a governare l’immigrazione. Si tratta di un impegno che riguarda i migranti, naturalmente, ma anche i cittadini italiani, i quali troppo spesso chiudono un occhio di fronte ai lavori in nero (si pensi agli interventi edilizi, o alle badanti). E’ bene ricordare che l’illegalità nuoce soprattutto agli immigrati. Ma, lungi da essere esclusivamente una questione di sicurezza, questo problema s’impone in primo luogo come una questione culturale e civile. Pur volendo stare alla larga dai rigurgiti razzisti come dal facile buonismo, è chiaro che dialogare con altre culture, fra cui quella rom, non è facile. Eppure s'impone, proprio a noi, “che stiamo al sicuro nelle nostre tiepide case”. Qualche giorno fa, a Napoli, in seguito al tentato rapimento di una bambina, sono state appiccati incendi ad alcuni campi rom. Ciò a suscitato disagio, certo, ma non ancora una sufficiente indignazione.
Quella del multiculturalismo è una sfida impegnativa, probabilmente la vera sfida di questo secolo: si tratta di un problema europeo che coinvolge le nuove migrazioni, ma anche i cosiddetti immigrati “di seconda generazione”. Dove trovare il punto d’incontro?
Tre anni fa le immagini delle banlieues francesi in fiamme hanno fatto il giro del mondo. Nel 2006 la scuola professionale di Rütli, a Berlino, dove i professori denunciarono l’eccesso di violenza fra gli alunni (dei quali più dell’80% è di origine straniera) è diventato un simbolo del fallimento dell’integrazione.
Cosa pensano i giovani, veri protagonisti di questa sfida? Secondo Ali, che vive e studia in Germania, solo la tolleranza può risolvere questi problemi: “Il razzismo esiste, ma io credo nel multiculturalismo. Le persone dovrebbero vedere le opportunità offerte dalla diversità culturale. La tolleranza è la chiave di tutto. Se subisco episodi di razzismo è perché, in Germania, non sono percepito come un tedesco, nonostante sia scritto nella mia carta d’identità”. Mahdi, vent’anni, è nato in Francia da genitori maghrebini. “Per sentirsi europei bisogna innanzi tutto potersi sentire francesi (…). Quando un ragazzo francese non guarderà più un suo connazionale con la pelle scura solo come un marocchino, allora forse smetterà di chiedersi cos’è l’Europa”.
Su Peacereporter troviamo l’articolo di una ragazza rumena secondo la quale “La domanda principale, ormai, non è più chi sei, ma di dove sei; non è più importante l’individuo, ma la provenienza: tutti i rom sono rumeni, tutti i rumeni sono rom ed entrambi delinquenti e criminali”. Ricordando i trattamenti discriminanti che gli italiani hanno avuto nel mondo, Andreea Mihai si dimostra molto dura col provvedimento Maroni: “L’Italia vuole pulire il paese dagli stranieri 'sgradevoli', scartando, come in un gioco di carte, tutti quelli che non desidera. Ma alla fine della partita, quando tutte le mani si saranno giocate, gli stranieri che l’Italia gradirebbe, desidereranno ancora vivere nell’Italia degli italiani?”.
Temo che in Italia non vi sia ancora - o comunque non abbastanza - una realistica percezione della portata europea della questione dell’integrazione. Eppure i figli degli immigrati studiano, lavorano e socializzano fianco a fianco dei ragazzi italiani. Emerge sempre di più il fattore cruciale dell’istruzione; ancora una volta le parole chiave sono collaborazione, compartecipazione, fra i paesi del vecchio continente, le comunità. Se la sicurezza andrà di pari passo con l’integrazione, se la paura sarà sconfitta dalla ragione, se il dialogo sarà comunitario, avremo davanti a noi un orizzonte finalmente diverso.
Per mancanza di spazio sufficiente per una citazione, vi rimando al bellissimo articolo di Gad Lerner apparso su La Repubblica il 16 maggio.








